La diffusione delle tecnologie digitali rappresenta un fenomeno molto importante e una grande risorsa per il futuro, sia per gli aspetti economici che per quelli sociali.
Abbiamo sviluppato nuove modalità di lavoro, di socialità, e stiamo scoprendo continuamente nuove aree di applicazione anche nel supporto alla vita quotidiana delle persone, si pensi alle utilizzo delle reti per il supporto e la comunicazione a distanza, il supporto alle diverse forme di disabilità, alla telemedicina o alla domotica).
Come ogni importante risorsa anche l'Innovazione tecnologica presenta problemi di variabilità nelle sue possibilità di accesso e di utilizzo (“have” and “have not”).
Il divario tra chi può sfruttare appieno i benefici della tecnologia e chi ne è escluso (a diversi livelli) rappresenta il Digital Divide.
Dobbiamo fare molta attenzione nel trattare questo argomento, perché spesso, dietro allo stesso termine, si riportano diverse problematiche, che vanno dalla differenza tra le nazioni e popoli più ricchi rispetto a quelli più poveri (documentabile nei siti dei vari organismi ONU/UNDP.org), dal divario esistente anche all'interno delle nazioni più ricche tra di loro (creando vantaggi competitivi per l'economia), tra ceti, generazioni, differenti collocazioni urbane.
Spesso poi si associa al Digital Divide il solo aspetto tecnologico, cioè la disponibilità o meno di personal computers, accessi al network, etc., e si trascurano altri aspetti sociali e culturali che contribuiscono a creare differenze notevoli in termini di potenzialità e capacità di utilizzo della tecnologia, per esempio livello culturale, scolarità, disponibilità di tempo o di risorse economiche, etc..
Questo è un errore che spesso limita le discussioni e le iniziative sul Digital Divide su argomenti e dibattiti per gli “addetti ai lavori”, mentre il Digital Divide, con l'attuale disponibilità di tecnologia di qualità e costi in calo, diventerà sempre più un argomento/problema/opportunità sociale.
Il rapporto seguente si focalizza sulla realtà italiana, e vuole evidenziare i punti forti e i punti deboli della nostra situazione per quanto riguarda l'Information and Communation Technology (ICT), cercando di delineare il suo scenario evolutivo, analizzando poi gli aspetti sociali e culturali che riguardano il Digital Divide e alcune proposte di miglioramento.
Il Digital Divide: il caso Italia
La situazione economica e sociale italiana è caratterizzata da lento declino, e dalla difficoltà di impostare una ripresa sana, trainata da una ritrovata capacità di innovare/rinnovare.
Ci sono molte ragioni struttuali, politiche, culturali, che hanno portato a questa condizione.
È comunque evidente che, senza un cambiamento di prospettiva, siamo destinanti a un futuro caratterizzato da difficoltà sempre crescenti nel mondo del lavoro, nelle relazioni interpersonali e sociali; più in generale nella qualità della vita.
In parallelo la tecnologia ICT negli ultimi anni ha dimostrato di poter fornire strumenti in grado di fare fare un salto qualitativo in tutte sue le applicazioni, dalla grande Industria come ai soggetti medio piccoli, dalla gestione e al supporto sociale, ai singoli individui. Lo sviluppo delle tecnologie di rete, del software, dell'hardware, hanno infatti determinato condizioni poco prevedibili fino a qualche anno or sono, e la loro evoluzione non è destinata a ridursi nei breve periodo.
È un potenziale incredibile, e una grande occasione da cogliere, se sapremo creare le condizioni ottimali di impegno e investimento. E' una grande (potenziale) opportunità.
Questa potenzialità è in questo momento scarsamente sfruttata, per effetto di alcuni limiti evidenti sia nella nostra capacità di investire in ricerca e innovazione che di trasformare le tecnologie in strumenti a più ampia diffusione. Approfondendo molti contesti possiamo scoprire che i fattori bloccanti hanno anche elementi comuni per aspetti non tecnici/tecnologici ,che non permettono il “salto di qualità”; e che rappresentano il nostro "Digital Divide Culturale".
Spesso si immagina il digital divide culturale come il confronto tra gli utilizzatori più smaliziati dei computer e quelli che hanno meno dimestichezza (meno skills), vedremo che questo è solo uno degli aspetti, che potrebbe essere meno significativo se gli strumenti IT venissero disegnati con l'obiettivo di privilegiare più il numero degli utilizzatori e il valore aggiunto delle loro funzioni che non l'ampliamento di alcune opzioni, che poi spesso restano praticamente inutilizzate proprio perché di difficile assimilazione. La rincorsa all'ultima features da parte degli sviluppatori ha come conseguenza la creazione di una elite di “esperti”, e una limitata diffusione e standardizzazione delle funzioni per cui il software era stato concepito.
È poi errato anche pensare che il digital divide culturale sia esclusivamente un fenomeno di classe, di ceto o di anagrafe. Ci sono alcuni aspetti che dipendono fortemente dal livello scolastico o dalle condizioni economiche, ma altri che sono più legati alla scarsa propensione al cambiamento e al rischio, che oggi sono caratteristici della nostra classe dirigente, e che contribuiscono notevolmente alla attuale fase recessiva.
Quali sono, in sintesi, i fattori che determinano il Digital Divide Culturale in Italia?
Carenza di strumenti;
Limitata possibilità di connessione alla rete;
Indisponibilità di formazione strutturata e continua;
Carenza di supporto in caso di problemi o di necessità di approfondimenti;
Carenza di curiosità e di spirito innovativo; scarsa propensione al rischio;
Scarsa capacità di socializzazione;
La situazione del mezzogiorno
Carenza di strumenti
La diffusione degli strumenti informatici è fondamentale per poter beneficiare della innovazione tecnologica. Nel rapporto Istat del 2005 viene riportata una disponibilità di personal computer nelle famiglie italiane del 43,9%, e di accesso a internet del 34,5% (anche se solo del 11,5% per accessi in banda larga).
Sul versante dei personal computer la disponibilità di macchine sempre più potenti ha permesso un allargamento della offerta applicativa e delle funzionalità, la rincorsa alla crescita ha tuttavia creato una doppia base installata, quella delle aziende e degli utilizzatori che hanno maggiore disponibilità economica per il rinnovo tecnologico, e quella degli utilizzatori di macchine e software delle generazioni precedenti.
Abbiamo quindi allargato il numero di macchine, ma spesso la qualità dell'insieme è meno alta di quello che i numeri potrebbero far sembrare.
Un'altro fenomeno interessante è la maggiore diffusione del notebook, che ha permesso al personal computer di non essere più vincolato al “luogo”, questa tendenza potrà abilitare ulteriori applicazioni e permettere una ancora maggiore diffusione della tecnologia, la vera questione si sposta sulla identificazione degli strumenti del prossimo futuro, in particolare la convergenza o la competizione tra pc sempre più piccoli verso apparati più simili a telefoni cellulari o palmari.
Per quanto riguarda il software al momento resta deludente la diffusione dei sistemi alterativi, open source, che pure oggi, grazie all'impegno di molti soggetti, hanno tutte le possibilità per competere con i leader di mercato.
La minore semplicità di uso e la mancanza di supporto sono alla base di questo stallo, e una maggiore attenzione a questi aspetti, unita ad una migliore compatibilità con le macchine di seconda generazione, potrebbe invece creare le condizioni per una diffusione maggiore di software alternativi con benefici anche dal punto di vista del digital divide.
È singolare constatare come molti software open source siano migliori, per funzionalità e prestazioni, di quelli sviluppati in modo “tradizionale”.
In effetti in questo contesto la creatività dei soggetti viene maggiormente premiata, e questo fenomeno dimostra quanto spazio di miglioramento ci sia nello sviluppo del software, che spesso è rallentato proprio dalla rigidità (spesso culturale) delle strutture di sviluppo.
Il software applicativo dovrebbe poi focalizzarsi maggiormente sull'utilizzo dei sistemi e sul valore aggiunto delle loro funzionalità, oggi la rincorsa all'ultima “chicca” rende praticamente impossibile seguire l'evoluzione dell'insieme, e questo spaventa chi vuole utilizzare la tecnologia senza dover per forza diventare un super esperto e dedicare troppo tempo all'aggiornamento specialistico.
In questo caso l'acronimo KISS (Keep It Simple and Stupid) è quanto mai azzeccato per permettere la diffusione della tecnologia ad un grande numero di persone, e quindi massimizzarne i benefici.
Il successo dei telefoni cellulari, e quello più elitario dei palmari, ha messo in evidenza come non ci sia una preclusione di principio alla tecnologia, ma che quando i benefici sono evidenti e gli strumenti accessibili, la loro diffusione è garantita.
In questo caso servirebbe un maggiore sforzo per evidenziare altri tipi di benefici, che non siano legati a esigenze semplici o a status simbol, per poter creare la giusta propensione alla innovazione.
Troppo spesso poi l'accesso alle tecnologie, soprattutto ai personal computer e alle reti, è legato ai soli aspetti ludici, o ancora peggio alla pornografia, limitandone le reali potenzialità e riducendoli ad un ruolo quotidiano marginale.
Ancora nel 2005 per il 40,4% delle famiglie Internet era inutile o non interessante, e il 30% dichiarava di non essere capace di utilizzarla.
Anche questo è un gap (culturale) che ci divide da altri Paesi nostri competitor.
Le Grandi Aziende sono già da tempo impegnate al rinnovamento tecnologico e alla ricerca di efficienza, con risultati evidenti.
Negli ultimi anni anche il settore consumer è diventato determinante, perché i costi dell'hardware sono calati pur fornendo maggiore potenza elaborativa, e contemporaneamente è migliorata molto l'offerta di servizi applicativi, dall'area dei giochi a quella del software di utilità personale, a quelli di comunicazione.
Questa tendenza potrebbe essere un eccezionale volano per ridurre molti fattori che determinano il digital divide culturale, e si dovrebbe porre ancora maggiore attenzione alla abilitazione di questo settore, per permettere la continuazione dell'attuale trend.
In sintesi possiamo quindi dire che gli strumenti ci sono, e che ci sono anche aree di miglioramento sia nella loro diffusione che nelle loro potenzialità.
L'Italia non ha oggi la possibilità di giocare un ruolo importante in questo mercato per quanto riguarda l'offerta di hardware e software. Stiamo diventando un popolo di utilizzatori e integratori.
Questa è una situazione che dovremmo riconsiderare, se è vero che è difficile essere competitivi nel mercato globale, è anche vero che la attuale prospettiva è quella di vedere un drenaggio di nostre risorse economiche verso i soliti global players, e di non poter beneficiare tra l'altro di nessuna realtà industriale che possa creare sinergie con di attività di ricerca e sviluppo.
Ci sono poi aree tecnologiche con enormi potenzialità di crescita, come la domotica, la telemedicina, le applicazioni ICT di controllo e di servizio (i.e traffico, soccorso), sulle quali si sono avviati progetti specifici, che tuttavia al momento non producono un effetto innovativo diffuso e un ampliamento del mercato ICT, questa sono aree sulle quali potremmo investire per recuperare il nostro gap nella industria ICT.
Purtroppo non si vedono al momento iniziative, nel privato come nel pubblico, tali da cambiare in modo significativo questo contesto.
Limitata possibilità di connessione alla rete;
Quando si parla di Digital Divide spesso ci si riferisce a quest'area.
La nostra penetrazione della banda larga nel 2006 era del 12.8%, comparata con quella europea che del 16%, la copertura del territorio è del 87%, ma per le aree rurali solo il 44% contro il 65%.
Abbiamo quindi un gap di disponibilità di accesso da colmare, soprattutto fuori dalle città, che non è cosi' drammatico come in alcuni casi viene riportato, ma che limita le nostre possibilità di accesso e di sfruttamento delle tecnologie.
Il vero handicap che ci contraddistingue è la difficoltà di impostare un sistema razionale di telecomunicazioni, che minimizzi gli investimenti e massimizzi i benefici del sistema.
La attuale situazione, con un monopolista privato come Telecom, che non è interessato e un cambiamento degli equilibri di mercato, e che non ha le risorse per rinnovare la infrastruttura di rete (si pensi alle Next Generation Network che richiedono ingenti investimenti per la connessione del cosiddetto ultimo miglio), è un fattore critico che inibisce la possibilità di innovazione e mantiene bloccate risorse preziose.
Un dato su tutti: nella percentuale di mercato detenuta nel 2006 da aziende monopolistiche o ex monopolistiche, con il nostro 69% siamo dietro solo alla Cina (83%), e come la Cina in una situazione sostanzialmente costante negli ultimi 4 anni.
Avendo chiaro questo contesto è evidente che la separazione di Telecom tra gestione della rete ed erogazione dei servizi a valore aggiunto è un passo non procrastinabile, pena la incapacità del nostro Paese di fornire in futuro servizi di networking al passo con gli altri competitor internazionali (per costi e per qualità dei servizi).
Questo è un fattore importante anche in funzione di riduzione del digital divide, perché alza il livello di disponibilità economica o gli skill necessari per accedere alla tecnologia.
La maggiore diffusione della tecnologia wireless permetterebbe un azzeramento del digital divide anche nelle zone più disagiate. Siamo in ritardo, ancora una volta più per problemi di strategia e di regolamentazione che per carenza di volontà o disponibilità economica.
Tra l’altro questa situazione ha come conseguenza la proliferazione di reti alternative per risolvere specificità locali o particolare aree di business, con investimenti (a volte anche ingenti) che potrebbero essere invece impiegati per rinnovare le infrastrutture condivise o per estendere le aree di connessione.
La classe politica deve fare la sua parte per sbloccare questo circolo vizioso, assumersi le sue responsabilità nel prendere le decisioni necessarie, e cercare una maggiore sinergia con i cosiddetti “tecnologhi”.
Non è infatti possibile sui temi di innovazione la permanenza di una separazione netta tra soggetti decisori e soggetti competenti: il tempo per le decisioni e la esecuzione dei progetti si riduce continuamente e chi prende decisioni sulla innovazione deve avere un buon livello di competenza (anche questo è digital divide culturale).
Indisponibilità di formazione strutturata e continua;
Mentre nelle Aziende di grandi dimensioni il problema della education all’uso degli strumenti informatici è stato affrontato da tempo (con obiettivi tuttavia necessariamente limitati agli strumenti introdotti e a risultati economici), nelle realtà piccole e nel settore consumer la situazione è ancora carente.
Questa carenza è uno dei fattori più importanti per la diffusione del digital divide, perché non permette un allargamento della base degli utilizzatori, e soprattutto un utilizzo più qualitativo degli strumenti acquisiti.
Nella maggior parte dei casi i risultati raggiunti nell’uso della tecnologia derivano da una grande volontà da parte dei singoli soggetti.
In questo contesto anche la diffusione di tecnologia è limitata, perché è noto che il successo nella innovazione degli strumenti ICT è generato da un circolo virtuoso tra il miglioramento degli strumenti e la capacità degli utilizzatori di trarne benefici, per poi chiedere ulteriori miglioramenti funzionali.
Per superare il nostro gap su questo tema si devono impostare percorsi di formazione fuori dalle sole realtà aziendali, e prevedere corsi o seminari accessibili (per costo e localizzazione) al maggior numero di persone possibile.
Iniziative di questo tipo dovrebbero essere parte degli investimenti delle PA locali o di enti che operano sul territorio.
L'investimento sulla capacità di utilizzo delle tecnologie è infatti sempre più una necessità sociale.
Esistono già strumenti come la patente europea per l’utilizzo del computer, che potrebbero essere una buona base per poter standardizzare e meglio impostare questo tipo di servizio, dobbiamo aumentarne la diffusione.
Un altro settore debole è quello scolastico, dove ad alcune iniziative interessanti si contrappone una generale carenza sia per quanto riguarda gli strumenti a disposizione, che per la preparazione dei docenti. Queste carenze sono in parte mitigate dalla vivacità di molti giovani, che sono voraci utilizzatori di tecnologia, ma amplificano le differenze che nascono dalle diverse possibilità economiche.
E' interessante scoprire, sempre dal rapporto Istat del 2005, che le famiglie con minorenni hanno una maggiore percentuale sia di pc a disposizione che di accessi a internet.
Sempre lo stesso rapporto tuttavia evidenzia come le famiglie con maggiore reddito e livello scolastico hanno una disponibilità assolutamente maggiore di tecnologia, questa è una evidente forma di digital divide sociale.
La conoscenza della lingua Inglese è un altro fattore importante, vista la grande disponibilità di informazioni in rete in questa lingua.
Carenza di supporto in caso di problemi o di necessità di approfondimenti;
La scarsità di supporto è uno dei fattori determinanti del digital divide culturale.
Chi opera nelle grandi Aziende conosce le problematiche di costo legate ad una scarsa qualità nei servizi di supporto.
Negli ultimi anni la necessità di ridurre i costi ha in molti caso impattato anche la qualità dell’ICT, con evidenti (altri) costi conseguenti, anche se molto spesso è difficile quantificarli correttamente.
Volendo applicare lo stesso concetto al mercato consumer il costo pagato per il supporto dagli utilizzatori di tecnologia è tendente allo zero (escluse le garanzie di assistenza concordate all’acquisto di macchine nuove), il servizio semplicemente non esiste.
Ne consegue la diffusa incapacità di gestire problemi anche minimamente complessi, e il mancato utilizzo di una parte consistente degli strumenti, con la conseguente percezione di perdita di tempo e di scarsa bontà dell’investimento in tecnologia.
Spesso si creano reti di “supporto tramite amicizie” per poter risolvere alcuni problemi, ma questo approccio appesantisce notevolmente le poche persone disponibili, e i risultati sono tendenzialmente deludenti.
Per superare questo handicap si dovrebbe agevolare la nascita di reti strutturate di supporto, che potrebbero essere basate sul volontariato, oppure utilizzare forza lavoro che è momentaneamente o strutturalmente disponibile (i.e studenti o persone in mobilità e con competenze ICT), o comunque disegnare/inventare realtà in grado di fornire un supporto adeguato a prezzi tendenti allo zero.
Di questi servizi beneficerebbero anche le PMI, che potrebbero disporre di una base media di risorse umane più preparata, quindi di una maggiore efficacia/efficienza per le loro attività quando si utilizzano strumenti informatici.
Considerando quanto le PMI contribuiscono alla nostra economia i benefici sarebbero ancora più diffusi.
L’obiettivo di rendere disponibile un supporto a basso costo non entrerebbe in competizione con il mercato (che fino ad oggi tra l’altro non si è mosso su questo settore per la scarsa profittabilità attesa), anzi potrebbe innescare una spirale positiva dovuta al migliore atteggiamento degli utilizzatori verso l’innovazione per effetto di una minore frustrazione per la soluzione dei loro problemi.
Carenza di curiosità e di spirito innovativo; limitata propensione al rischio;
Non è tipico della nostra cultura scontare un handicap di curiosità e di spirito innovativo, noi Italiani siamo stati famosi per il contrario.
C’è tuttavia una evidente carenza in questo senso, sia nelle realtà di business che nel privato, che spesso è dovuta a situazioni aziendali e personali difficili, che costringono le persone ad una forte focalizzazione sui problemi contingenti.
La difficile situazione economica comporta una pianificazione sempre più a breve termine, e la ricerca di efficienza (riduzione dei costi) penalizza le persone che hanno maggiori doti di creatività, soprattutto quando gli errori sono pesati molto di più che i risultati positivi (logica diffusa del non mi muovo per non avere problemi).
Possiamo affermare che nel nostro Paese curiosità e spirito innovativo “non pagano”, e che è molto facile trovare soggetti frustrati proprio dalla assenza di incentivi e dalla continua richiesta di applicare regole e processi (spesso male disegnati) in modo automatico, senza che ci siano in parallelo opportunità di dimostrare altre qualità o avanzare proposte.
Questo ragionamento purtroppo vale anche in campi come l’Università e la Ricerca, che pure per loro stessa natura dovrebbero stimolare la Innovazione e i soggetti più creativi, ma che molto spesso sono bloccate da vincoli interni/esterni o da gerarchie che potrebbero appartenere ad altri tempi.
Non è quindi la materia prima che ci manca (persone con le giuste attitudini), ma un contesto che le stimoli positivamente.
La propensione al rischio e’ oggi presente soprattutto nelle PMI, e’ infatti una necessità per rimanere in attività, mentre gli altri contesti si caratterizzano da una assoluta tendenza al conservatorismo, nel Pubblico come nel Privato.
Questo è un fattore drammatico quando è caratteristico della classe dirigente, negli enti pubblici e nelle aziende, perché comporta come prima conseguenza la necessità/volontà di mantenere posizioni di privilegio e o di vantaggio economico, questo a scapito della qualità dell’insieme e delle possibilità di rinnovamento.
Paradossalmente nel nostro Paese, dove si parla moltissimo di rinnovamento e di innovazione, le leve e del risorse per un possibile cambiamento sono gestite da soggetti che hanno forti interessi a mantenere lo “status quo”, con posizioni e atteggiamenti che nessun richiamo etico sembra poter mettere in discussione.
Basti pensare che la nostra percentuale di venture capital sul prodotto interno lordo è del 0,002, almeno un ordine di grandezza in meno delle altre realtà europee avanzate, e inferiore anche a Paesi che riteniamo avere situazioni simili alla nostra, per esempio la Spagna ha un valore di 0,013: che è 6 volte il nostro.
Anche la mobilità sociale è molto limitata, non abbiamo quindi un ricambio sia generazionale che di portatori di nuove idee, e non si vede nel breve termine una evoluzione positiva o una svolta..
Nei giovani la tentazione (meglio la necessità) di “conformarsi”, per potersi inserire nei contesti produttivi, diventa poi un fattore inibente per poter beneficiare delle energie e delle idee che sono caratteristiche delle nuove generazioni.
Si legge spesso che per vedere superato l’attuale digital divide culturale si dovrebbe attendere il cambio generazionale.
Questo è sicuramente vero per quanto riguarda la manualità e la confidenza nell’uso delle tecnologie, ma se la selezione della futura classe dirigente non privilegerà attitudini alla innovazione, alla etica e alle capacità imprenditoriali (nel senso di chi prende l’iniziativa e rischia del proprio), l’attesa porterà solo altre delusioni.
Nel frattempo i nostri giovani e i tecnici più capaci rischiano di avere possibilità di crescita (se non addirittura di lavoro) solo fuori dal nostro Paese, alimentando una spirale decisamente negativa.
Tutte queste carenze si traducono in digital divide culturale (se ci confrontiamo con altre realtà dove questi fenomeni non sono cosi’ sedimentati), meno evidente ma molto più dannoso degli altri, perché mina le fondamenta di una possibile inversione di rotta.
E’ quindi necessaria una forte presa di coscienza di questa situazione, e una volontà di cambiamento vera, oggi, da parte di tutti i soggetti che hanno ruoli decisionali e di potere.
E’ un investimento per il futuro che non possiamo procrastinare ulteriormente.
Senza esempi positivi e casi di successo da poter portare ad esempio, e senza dare ai giovani spazi di reale autonomia, di crescita, di proposta, siamo destinati a rincorrere e a subire ancora per moltissimi anni.
Questo scenario si è infatti costruito negli anni, e probabilmente ci vorranno anni per ridurne le conseguenze: a maggior ragione è necessario partire da subito.
Scarsa capacità di socializzazione
Nel nostro paese la socializzazione “positiva”, e lo scambio di esperienze si sono molto ridotti sia per il tempo che per la qualità degli argomenti, siamo mediamente un popolo di teleutenti (soli davanti alla tv), e di frequentatori di happy hour (versione moderna del bar sport).
Questo contesto ha conseguenze anche nel digital divide culturale, perché rende ancora più critici la carenza di strutture di supporto e di investimenti sulla crescita di know how.
Anche in questo caso non sono le tecnologie ad essere un vincolo, ma la capacità sociale di apprenderle, diffonderle, e di conseguenza di ottenerne i benefici.
Le uniche forme di condivisione attraverso la tecnologia sono le chat, che hanno sostituito i tradizionali canali soprattutto per la conoscenza di altri soggetti, purtroppo spesso solo per superare limiti/carenze relazionali attraverso contatti impersonali (allo stesso modo si può leggere anche un fenomeno come Second Life), e di conseguenza amplificando il problema della socializzazione, pur rappresentando un incentivo all'uso delle tecnologie.
Questa situazione limita anche la possibilità della classe creativa, che pure da noi esiste e dimostra in molte occasioni una grande fecondità , di “contaminare” altri soggetti e di diffondere una cultura della innovazione.
E' anzi assurdo verificare come sia diffuso lo scetticismo verso i nostro creativi, mentre si concede la massima fiducia a soluzioni e prodotti standard che non sempre funzionano come ci si aspetta.
Le Reti Civiche sono ancora una esperienza limitata, non tanto per la loro diffusione (ormai il 100% dei capoluoghi ne ha una), quanto per il loro scarso utilizzo e la loro minima capacità di creare “comunità”, e non sono conosciute se non dagli addetti ai lavori.
La situazione del Mezzogiorno
Le difficoltà nel nostro mezzogiorno non nascono oggi, e purtroppo la loro dimensione non sembra destinata cambiare, anche se le statistiche Istat dicono che almeno il divario tecnologico (disponibilità di cellulari/pc/accessi a internet) tra nord e sud è in diminuzione,
Sembra impossibile la crescita di un'industria sana e in grado di migliorare le attuali condizioni economiche e sociali, la diffusione di strumenti e di cultura dell'Innovazione sono di conseguenza ridotti.
E' importante sottolineare che la difficile situazione del Mezzogiorno comporta anche gravi conseguenze per l'Innovazione, perché da una parte inibisce la possibilità a molte persone di poter sfruttarne i benefici, dall'altra dirotta ingenti investimenti in iniziative con scarso valore aggiunto, se non addirittura a beneficio di interessi disonesti e/o parassitari.
Non c'è modo di uscire da questo circolo vizioso se non identificando le vere aree di potenzialità, che pure esistono e soffrono di un costante isolamento, e definendo investimenti in grado di agire dove il valore aggiunto sarà chiaro, misurabile e misurato, bloccando la erogazione di fondi che non portano benefici ma che drenano risorse per altri possibili progetti.
Può sembrare un approccio “fondamentalista”, che tuttavia è l'unica via per un cambiamento, infatti la cultura della illegalità e del parassitismo sono anche un importante “divide”culturale alla base oggi delle differenze tra nord e sud, che di conseguenza contribuiscono in modo significativo anche delle differenze del nostro Paese rispetto agli altri a noi vicini.
Conclusioni
Nella definizione del digital divide che riguarda il nostro Paese possiamo chiaramente distinguere tre tipologie di situazioni e di aree di intervento:
Diffusione della tecnologia, gli strumenti e l'Innovazione:
E' necessario continuare a favorire la diffusione di strumenti come i personal computer e le connessioni in banda larga per ampliare il numero dei potenziali utilizzatori, creare l'effetto volume, e permettere un beneficio diffuso derivante dall'Innovazione tecnologica;
E' poi necessario definire il quadro di riferimento dello sviluppo per il network a livello nazionale, uscire dalla situazione di empasse dovuta alla eccessiva dipendenza dall'attuale monopolista; lo split di Telecom è un passo difficile ma fondamentale;
Dobbiamo investire in nuove aree per poter recuperare il gap che ci divide da altri Paesi avanzati, ci sono nuovi e interessanti argomenti, dalla domotica, alla telemedicina, ai servizi di controllo e di supporto sociale, dove possiamo trovare ampi spazi di crescita, senza necessariamente tentare avventure su aree tecnologiche ormai mature o con player che hanno conquistato il controllo del mercato. E' necessario poi impostare questo investimento in modo che si crei un contesto di Innovazione, che raccolga tutte le componenti, dalla Ricerca all'Industria, dal Pubblico al Privato, dal Piccolo al Grande, per permettere una crescita nell'insieme delle nostre opportunità e non semplici casi di successo.
Dobbiamo anche esplorare e investire nelle potenzialità dell' Open Source, che potrebbe risultare il modello vincente per lo sviluppo di nuovo software.
Condizioni sociali e di contesto specifiche dell'Innovazione:
In parallelo dobbiamo creare forme di supporto continuo ai cittadini, in modo raggiungere la condizione di “utilizzo positivo” e garantire il migliore risultato dagli strumenti a disposizione, riducendo in questo modo anche le differenze dovute a condizioni sociali, economiche, anagrafiche;
Dobbiamo incentivare lo sviluppo e la diffusione di strumenti hw, sw, e dei tool che semplifichino l'accesso ai sistemi, anche standardizzando le funzionalità comuni. Strumenti più semplici saranno alla base di una minore dipendenza e di una riduzione delle differenza tra utilizzatori;
Condizioni generali di contesto:
Esistono poi condizioni generali di contesto, come la scarsa propensione al rischio, la immobilità sociale, la scarsa capacità di socializzazione, la situazione del Mezzogiorno, il sistema scolastico non all'altezza delle prossime sfide.
Queste condizioni non trovano soluzione, se non in minima parte, attraverso l'Innovazione tecnologica, ma potrebbero comprometterne lo sviluppo, malgrado il massimo sforzo degli addetti ai lavori e la disponibilità economica.
Paradossalmente la nostra possibilità di successo (potremmo dire il nostro attuale insuccesso) nell'Innovazione dipende in gran parte da fattori esterni al mondo della Ricerca e dell'Industria, non possiamo non renderci conto che l'Innovazione si applica al, e beneficia del, contesto sociale.
Per questo chi si occupa di Innovazione non può non operare anche per il miglioramento della situazione generale, e pretendere un supporto da parte di tutti i soggetti che la compongono.